“Non possiamo ignorare il cambiamento, anzi ci dobbiamo confrontare con esso”. Con Andrea Benigni, Managing Director di Eca Italia, società di consulenza per la gestione del personale espatriato, ci siamo confrontati su come il mondo del lavoro stia progredendo e come le barriere fisiche siano sempre meno presenti

Se da un lato, con il consolidarsi di smart e remote working, è più difficile identificarsi con i valori dell’azienda, dall’altro le giovani generazioni pretendono sempre più di trovare un equilibrio tra vita privata e lavoro e il mercato si sta adattando a questa richiesta crescente. Il modello di lavoro ibrido sta funzionando, anche se in Italia, paese ricco di pmi, c’è ancora la tendenza da parte di molte realtà a voler controllare, a richiedere la presenza fisica dei lavoratori; che in termini di appartenenza non è poi una richiesta così “sbagliata”.

Per le organizzazioni è fondamentale, però, riuscire a seguire la scia che il mercato del lavoro sta tracciando, ascoltando le esigenze delle persone, che sono il motore per andare avanti. Con Andrea Benigni, Amministratore Delegato di Eca Italia, società di consulenza per la gestione del personale espatriato, abbiamo discusso del presente e soprattutto del futuro della mobilità internazionale. Per espatriato o Expa (Expat o Expatriate) si intende in genere un professionista che viene trasferito all’estero dalla propria azienda per un periodo di tempo.

 

Chi sono i remote worker e come è cambiato il panorama del lavoro nelle aziende in Italia e all’estero negli ultimi due anni?

Andrea Benigni, Managing Director di Eca Italia

Negli ultimi due anni è emersa sempre di più la figura del remote worker internazionale. Esisteva anche prima della pandemia, ma aveva caratteristiche differenti rispetto ad oggi. Il ruolo degli espatriati continua ad essere un fattore chiave per il successo dei piani di internazionalizzazione delle aziende. Per esempio, l’espatriato continua ad avere un ruolo determinante nei progetti di greenfield. Mi spiego meglio: apro uno stabilimento in Canada, come lo tengo in piedi? Mando da tre a cinque persone che creano un nuovo piano di sviluppo della società. Oggi il concetto di lavoratore espatriato sta cambiando, non è più sempre necessaria la presenza fisica.

 

Nel dossier Cambia il lavoro, cambiano le città Confesercenti sostiene che le aziende potrebbero risparmiare 12,5 miliardi l’anno grazie allo smart working. Qual è l’esperienza di Eca Italia al riguardo?

All’inizio della pandemia, come tutti, eravamo preoccupati per le ricadute economiche e immaginavamo un arresto forte delle attività, che invece c’è stato solo da marzo a maggio. Già nell’estate del 2020 ci siamo rimessi in moto e abbiamo scoperto l’efficienza e l’efficacia dello smart working: è questo modello che ha portato allo sviluppo del remote working internazionale.

Chi prima forniva una prestazione all’azienda in loco, oggi ha la possibilità di farlo dal proprio paese d’origine. Non è più necessario che le aziende espatrino dipendenti e collaboratori o che li inviino stabilmente in altri paesi, dato che oggi possono essere virtualmente ovunque.

 

Possiamo dire che le relazioni inter-company sono diventate più complicate? Quali le nuove frontiere dei rapporti tra aziende e risorse?

L’evolversi delle relazioni tra le aziende rappresenta un’altra conseguenza dei recenti cambiamenti. Oggi posso aprire una posizione in Italia e accogliere talenti da tutto il mondo, oppure decidere di assumere in un paese dove non sono ancora presente con la mia organizzazione. Questa maggior mobilità di talenti è un fenomeno in grande evoluzione e che sta mettendo le radici soprattutto in area europea.

Succede anche che società straniere arrivano in Italia e cercano candidati europei per una nuova posizione, senza l’intenzione di aprire una legal entity, ovvero un’organizzazione stabile. Si tratta di un trend in crescita, osservato e monitorato con interesse dalle risorse umane.

 

Da cosa pensi dipenderà la sostenibilità dello smart working sul lungo periodo?

Dipenderà dalle performance delle persone. Di recente si è rivolta a noi una società di automotive che doveva assumere un plant manager e che aveva individuato un candidato in Francia, il quale viene in Italia cinque giorni al mese e il resto delle attività le svolge da Cannes. Si tratta di un caso particolare, considerata la sua posizione.

In circostanze come questa, c’è da chiedersi come le persone possano fare a sviluppare un senso di appartenenza nei confronti dell’azienda, svolgendo quasi esclusivamente lavoro da remoto. Il dibattito è aperto in Italia, soprattutto in settori come quello dei servizi e della digital transformation in cui il turn over è elevato.

 

Secondo la “Millennial e GenZ Survey 2022” di Deloitte, tra le principali preoccupazioni dei giovani ci sono il costo della vita e il lavoro. Quanto questi timori impattano sull’esigenza di un mercato lavorativo più “fluido”?

La richiesta di lavorare da remoto e in smart working è crescente da parte di Millenials e Generazione Z. Questo tipo di rapporto non trova la sua efficacia nel senso di appartenenza, ma  nel rapporto costi/ricavi, oltre al fatto che le opportunità aumentano e trovare lavoro diventa più facile e veloce. Soprattutto nel settore della digital transformation la domanda di personale è particolarmente alta, e si tende a cambiare lavoro con più facilità proprio perché l’appartenenza viene meno.

 

Quale futuro ci aspetta? È auspicabile un mondo del lavoro sempre più agile e attento alle esigenze delle persone?

Lo scrive anche Baricco nel suo libro “I Barbari”, non possiamo fermare il cambiamento, tantomeno forzarlo. So di aziende che hanno chiesto ai loro dipendenti di tornare a lavorare cinque giorni su cinque, ma non penso arrecherà beneficio a nessuno questa modalità. Con il cambiamento bisogna confrontarsi: evolversi significa avere approcci diversi.

L’adattamento del sistema aziendale è stato straordinario in questi ultimi due anni. Sono tante le aziende con cui lavoriamo che stanno portando avanti progetti al riguardo e sta funzionando. Il trend dello smart e remote working è irreversibile, ma per capire come rendere sostenibile sul lungo periodo questa nuova modalità di lavoro ci vorranno ancora un paio d’anni.

 

Leggi anche >> Alessandra Barlini (operàri): “Formazione, feedback costanti e gerarchie snelle sono la chiave per far crescere la responsabilità del singolo lavoratore”