Ci sono notevoli picchi di stress lavorativo, soprattutto tra i più giovani, “a causa di pressioni economiche, tecnologia, aspettative e cambiamenti culturali”: Daniele Bacchi di Reverse ci ha spiegato il fenomeno che colpisce quasi 2 lavoratori italiani su 10

Il fenomeno del burnout posto di lavoro si attesta al 22% nel mondo e al 16% in Italia, con picchi significativi tra Millennials e Gen Z. L’80% dei giovani dipendenti  infatti ha sintomi elevati da stress, con particolare riferimento a coloro che si trovano a lavorare in aziende di piccole dimensioni e che non ricoprono ruoli manageriali.

Il tema è tornato alla ribalta con i dati emersi da una recente indagine di McKinsey Health Institute, condotta su 30.000 dipendenti in 30 Paesi. Questo allarme si somma alle preoccupazioni sollevate da un’altra ricerca secondo cui un italiano su 2 “non sta bene” sul luogo di lavoro, in un contesto di disattenzione da parte delle aziende, con le donne che soffrono più degli uomini e lo smart working che spesso non è un alleato.

Il problema diffuso dell’autodiagnosi, l’importanza di politiche che promuovano informazione e cultura del benessere, l’utilizzo dei benefit, il supporto psicologico: per analizzare a fondo il fenomeno e ipotizzare 5 possibili soluzioni, abbiamo intervistato Daniele Bacchi, CEO & Co-Founder della società internazionale di HR Reverse.

Quanto è diffuso il burnout?

Il burnout è diventato un tema sempre più rilevante negli ultimi anni. Tuttavia, la sua diffusione esatta può variare notevolmente da settore a settore e da Paese a Paese. Ci tengo a sottolineare che non sempre si tratta di burnout: un normale stress è fisiologico per chi è impegnato e coinvolto in progetti importanti, qualche notte insonne non va confusa con una reale patologia.

Praticamente ogni settore professionale è suscettibile al burnout, ma alcuni settori come la sanità, l’educazione, il settore tecnologico, la consulenza e quello dell’assistenza sociale sembrano essere particolarmente a rischio. Questo perché spesso implicano carichi di lavoro elevati, pressioni costanti, e richiedono un alto livello di empatia e interazione sociale.

Le statistiche precise sulla diffusione del burnout possono essere difficili da ottenere, poiché molte persone possono non riconoscere i sintomi o non cercare aiuto. Oppure al contrario over-reagire di fronte ad un periodo di stress. Tuttavia, molti studi e indagini evidenziano un aumento della consapevolezza riguardo al burnout e una maggiore attenzione delle organizzazioni nei confronti del benessere dei propri dipendenti.

Come mai Millennials e Gen Z sono particolarmente soggetti al fenomeno?

A causa delle pressioni economiche, della tecnologia, delle aspettative lavorative e dei cambiamenti culturali che caratterizzano il loro contesto sociale e professionale. Vediamo queste cause punto per punto:

  • Pressione socio-economica. Queste generazioni hanno vissuto in un contesto economico e sociale caratterizzato da instabilità finanziaria, crescita del debito studentesco e difficoltà nel trovare lavori ben retribuiti. La pressione di dover raggiungere determinati standard di successo e benessere finanziario può essere opprimente.
  • Tecnologia e connettività. Le tecnologie digitali hanno reso le persone costantemente connesse e accessibili, aumentando le aspettative di disponibilità e produttività. I Millennials e la Gen Z spesso si sentono costretti a essere costantemente connessi, rispondere a messaggi ed e-mail e a mantenere una presenza online, il che può portare a un senso di sopraffazione e di mancanza di confini tra lavoro e vita privata.
  • Mercato del lavoro competitivo. In molti settori, il mercato del lavoro è altamente competitivo e le aspettative di performance sono elevate. Le aspettative di carriera rapida e di successo possono portare a un aumento dello stress e della pressione per raggiungere determinati obiettivi.
  • Cambiamenti culturali e sociali. Le generazioni più giovani sono cresciute in un’epoca caratterizzata da rapidi cambiamenti culturali e sociali, con una maggiore consapevolezza delle questioni legate alla salute mentale e al benessere. Questa consapevolezza può rendere più evidente il burnout e spingere le persone a cercare aiuto e supporto.

Perché i giovani più “colpiti” dal burnout sembrano essere quelli che lavorano in piccole aziende, per giunta senza ricoprire ruoli manageriali?

Per via dei carichi di lavoro elevati, delle risorse limitate, delle strutture organizzative meno formali, della mancanza di supporto e della sensazione di scarsa autonomia nel lavoro.

Quanto è diffusa invece l’auto-diagnosi?

E’ difficile da quantificare in modo preciso perché molte persone potrebbero non riconoscere i sintomi o attribuirli ad altre cause come lo stress quotidiano o la stanchezza. Tuttavia, con una maggiore consapevolezza e discussione pubblica sul tema, molte persone sono diventate più inclini a riconoscere i segni e i sintomi associati a questa condizione differenziandoli dallo stress non patologico.

Cosa si può fare per promuovere informazione sul burnout e cultura del benessere mentale?

Tutto questo richiede un approccio olistico che coinvolga diverse sfere della società, tra cui istituzioni educative, luoghi di lavoro, media e comunità locali.

Quali sono le possibili soluzioni? Cosa possono fare le aziende a riguardo?

Noi come aziende possiamo implementare programmi di formazione sul benessere mentale per i dipendenti e i manager. Questi programmi possono includere workshop sulla gestione dello stress, sull’equilibrio lavoro-vita personale, sull’autocura e sull’identificazione dei segni del burnout. In generale possiamo farci promotori di uno stile di vita sano. Andando più nel dettaglio:

  1. Offrire programmi di supporto ai dipendenti. Le aziende possono offrire programmi di supporto ai dipendenti come servizi di consulenza, linee telefoniche di assistenza, sessioni di coaching e programmi di mindfulness. Questi servizi possono aiutare i dipendenti a gestire lo stress, affrontare le sfide personali e migliorare il loro benessere emotivo.
  2. Fornire formazione sulla gestione dello stress. Le aziende possono fornire formazione sulla gestione dello stress e sulle tecniche di coping ai dipendenti e ai manager. Questa formazione può includere strategie per gestire le aspettative lavorative, migliorare la pianificazione del lavoro e sviluppare abilità di comunicazione efficaci.
  3. Promuovere la flessibilità lavorativa. Offrire flessibilità lavorativa come la possibilità di lavorare da remoto, orari flessibili e permessi per esigenze personali, può aiutare i dipendenti a conciliare meglio i loro impegni professionali e personali, riducendo così lo stress e il rischio di burnout.
  4. Monitorare il carico di lavoro. Le aziende dovrebbero monitorare attentamente il carico di lavoro dei dipendenti e assicurarsi che sia equilibrato e gestibile. Questo può implicare la revisione delle assegnazioni di lavoro, la ridistribuzione delle responsabilità e la priorizzazione dei compiti in base alle risorse disponibili.
  5. Incoraggiare il tempo libero e le pause. Le aziende possono incoraggiare i dipendenti a prendersi del tempo libero e ad assumersi delle pause durante la giornata lavorativa. Promuovere una cultura in cui le pause sono considerate importanti per il benessere e la produttività può contribuire a prevenire il burnout.

Qual è il benefit e la pratica di supporto psicologico più efficace contro il burnout?

Dalla nostra indagine emerge che lo sportello dello psicologo è molto apprezzato dai dipendenti di aziende che l’hanno introdotto.

La comunicazione interna sul luogo di lavoro è importante: le aziende oggi sono propense a un “dialogo aperto”?

La diffusione non è uniforme, ci sono aziende molto all’avanguardia e aziende ancora indietro, spesso non per cattiva volontà ma per situazioni specifiche.