Nei prossimi 5 anni oltre il 95% delle informazioni sarà online e le aziende, molte ancora impreparate di fronte alla sfida del digitale, devono fare attenzione alla brand reputation in rete e dotarsi di strumenti di protezione e prevenzione da frodi e fake news. Soprattutto queste ultime possono fare molto male al business: ne abbiamo parlato con Rosbeh Zakikhani, CEO e founder di Deephound

Il mondo digitale può essere un’occasione preziosa ma allo stesso tempo diventare una giungla per il business. La trasformazione sul web corre veloce almeno quanto i segnali trasmessi sulla fibra ottica e le informazioni diventano un vero e proprio diluvio in grado di elevare o distruggere qualsiasi reputazione online: tanti sono i casi di finte aziende diventate leggende di successo e sparite un minuto prima di schiantarsi o di solide storie di tradizione distrutte in un attimo.

Deephound è un’azienda italo-inglese specializzata in analisi delle informazioni e business intelligence, ovvero in un’attività di sostegno alle imprese che hanno bisogno di verificare le informazioni e validare il proprio flusso di lavoro, mettendolo a riparo da fake news, truffe online, trappole digitali e reali. Allo sviluppo c’è addirittura l’Artificial Intelligence Analyst, un analista virtuale che lavora in tandem con gli analisti umani specializzati in Intelligence, che gli danno il potere di navigare e analizzare grandi moli di dati, in breve tempo e senza barriere linguistiche: un’innovazione in grado di essere la risposta a tanti problemi di chi fa business, anche a quelli che spesso non si sa di avere. Noi di Dealogando abbiamo intervistato Rosbeh Zakikhani, CEO e founder di Deephound.

Rosbeh Zakikhani, CEO e founder di Deephound


Fake news: quanto fanno male al business? Una falsa informazione può abbattere fatturato e bilanci?

Ovviamente le fake news possono fare molto male al business e a questa domanda possono rispondere molto meglio di noi le decine di osservatori di marketing che ogni anno pubblicano report dei costi delle “bufale” per le aziende. Bisogna comprendere che l’azienda non è più un sistema chiuso e ciò implica, tra le tante cose, che non detiene più né il monopolio, né il primato informativo. La brand reputation che accompagna un marchio o un prodotto è dettata dall’opinione del pubblico, specialmente online, e quando questa è particolarmente negativa, sa diventare virale. Le conseguenze? Perdita di affezione da parte dei clienti a favore di concorrenti (con relativa perdita di fatturato) o perdita di valore del titolo in borsa.

E lato consumatore? Quali le più frequenti truffe online e offline dalle quali ci si trova a difendersi?

I maestri della persuasione sanno che cosa funziona e che cosa no. Da chi ci vendeva la fontana di Trevi al click che ci regala oggi una posizione politica, a chi ruba i dati della nostra carta di credito a chi ci propone acquisti falsi o un clickbait, non è cambiato il modo, ma solo il tema e il mezzo.  Come abbiamo imparato a distinguere le vere opportunità dalle truffe nella vita di tutti i giorni, cosi dobbiamo imparare a farlo online (e offline). 

Conoscere il mezzo può aiutare, per distinguere a colpo d’occhio il click truffaldino da quello valido. Senza dover diventare dei tecnici del web, basterebbe seguire alcune regole di buon senso, verificare e nel dubbio lasciare perdere. La reciprocità, poi, è il primo e più diffuso sentimento umano: fare leva ad esempio sul nostro istinto di aiutare la società, come le raccolte fondi per il COVID, ha fatto proliferare fasulle campagne fondi e acquisti di solidarietà.

Tecnologia: ancora troppe aziende non sono pronte per il digitale. Quali consigli daresti a queste realtà?

Dal nostro punto di vista, le aziende sono poco pronte al digitale e non devono sottovalutarlo. Le fake news vanno combattute preventivamente. Dotarsi di tool che facciano monitoraggio del sentimento della rete riguardo al proprio brand significa ‘ascoltare’ i propri clienti/utenti. Non costa molto ma permette di aprire un canale di comunicazione diretto. Affidare la comunicazione a brand manager professionisti, significa aprire le porte a chi potrà rispondere ai dubbi e alle perplessità.

Bisogna evitare di fare da soli: è completamente errata l’idea che il CEO o il proprietario dell’azienda deve essere la persona che risponde sui social perché ‘personali’. Se è alta la possibilità di umanizzare il rapporto azienda/cliente, altrettanto alto è il rischio che l’opinione personale possa provocare disastri a cui poi dover rimediare. Oltre ai community e brand manager, consigliamo di investire sul monitoraggio della rete per vigilare sulla reputazione del brand. Oltre ad avere così la possibilità di ricevere alert in tempo reale su fake news che ci riguardano, conoscere lo storico e l’evoluzione della reputazione è un asset strategico dell’azienda. Ricordiamoci che la rete non dimentica.

In era Covid tutto si sta spostando online e quindi sono necessarie operazioni di controllo e monitoraggio ancor più sicure e accurate.

Nei prossimi 5 anni oltre il 95% delle informazioni sarà online. Ogni secondo vengono generati milioni di nuovi post, registrate informazioni ufficiali, caricati video e immagini, pubblicate opinioni e articoli. Allo stesso tempo la tecnologia e gli strumenti del web sono in continua mutazione ed evoluzione. Il lockdown ha visto calare vistosamente i pericoli delle strade (come scippi e rapine) ma aumentare esponenzialmente truffe e rapine online, anche in Italia.

In questo scenario è chiaro che gli strumenti di prevenzione e controllo, delegati alle sole forze umane, sono insufficienti, cosi come sono insufficienti regolamenti basati sui fatti di ieri, che domani saranno già storia vecchia e superata. Vista cosi la tecnologia ci può essere nemica e spaventarci, la verità è che, se usate correttamente,  internet e le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale in grado di leggere e comprendere, possono essere il nostro più grande alleato nella difesa e nella prevenzione da frodi, online scam e fake news.

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