La gestione “nostrana” di questi fondi negli scorsi sette anni, dal report della Corte dei Conti Ue, non sembra l’unica a mostrare evidenti segni di inefficienza, data la certificata lentezza generale che ha interessato tutti gli Stati membri. Ma cosa l’ha determinata, nel caso italiano?

Lo scorso 10 novembre la Corte dei Conti dell’Unione europea, che come revisore esterno e indipendente dei conti Ue vigila sulla raccolta, utilizzo e contabilizzazione dei fondi comunitari, ha pubblicato la sua relazione annuale sull’esercizio finanziario 2019, sottolineando come, anche quest’anno «l’assorbimento dei Fondi strutturali e d’investimento europei (fondi Sie) da parte degli Stati membri continua ad essere più lento del previsto». A fine 2019, infatti, era stato erogato in media solo il 40% dei finanziamenti Ue stabiliti per il periodo 2014-2020, equivalente ad una spesa di 264 miliardi sui 640 previsti. E se la percentuale sembra già molto esigua, lo è ancora di più se si guarda a quella che fa riferimento all’Italia: 30,7%, che colloca il nostro paese in penultima posizione per utilizzo dei finanziamenti europei, poco sopra la Croazia. Percentuale che nel 2020 è salita al 40%, ma che indica come in Italia risultano spesi solo circa 29 miliardi dei 72 programmati.

Cosa sono i Fondi strutturali dell’Ue

I Fondi strutturali sono strumenti finanziari messi a disposizione dall’Ue, con diversa intensità secondo i territori, al fine di sostenere la politica di coesione. La dotazione comunitaria viene stanziata nell’ambito del bilancio pluriennale europeo per cicli settennali a partire dal 2000-2006 e prevede l’obbligo di cofinanziamento nazionale. Per quanto riguarda il periodo 2014-2020, ormai in “scadenza”, la programmazione per l’Italia ha previsto la realizzazione di 75 Programmi Operativi cofinanziati a valere sui 4 Fondi Strutturali e di Investimento europei: il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e il Fondo sociale europeo (FSE) che cofinanziano 39 Programmi Regionali (POR) e 12 Programmi Nazionali (PON), il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) che cofinanzia 21 Piani di Sviluppo Rurale (PSR) e 2 Programmi Nazionali (PON) e il Fondo per la politica marittima e della pesca (FEAMP) che cofinanzia 1 Programma Operativo Nazionale (PON). Per quanto riguarda invece i settori di investimento, i fondi si sono concentrati su cinque settori: ricerca e innovazione, tecnologie digitali, sostegno all’economia a basse emissioni di carbonio, gestione sostenibile delle risorse naturali e piccole imprese.

La gestione italiana di questi fondi negli scorsi sette anni – che terminano appunto con la fine del 2020 – dal report della Corte dei Conti Ue non sembra, comunque, l’unica a mostrare evidenti segni di inefficienza, data la certificata lentezza generale che ha interessato tutti gli Stati membri. Ma cosa l’ha determinata, nel caso italiano? Cosa rende inefficacie questo sistema, portando le amministrazioni – centrali e regionali – a non usufruire di ricche e ricchissime occasioni?

Utilizzo dei fondi: perché l’Italia è penultima?

La responsabilità sembra imputabile ad una commistione di fattori, ma di certo un ruolo di primo piano lo gioca colei che viene troppo spesso additata, a buona ragione, come uno dei principali mali del Paese: la burocrazia. E quelli che Ferruccio De Bortoli, in un articolo proprio su questo tema sul Corriere.it, ha definito come “egoismi locali”, evidenziando come gli amministratori si muovano sempre in extremis irrigando di questi fondi i territori con nessun criterio se non quello della fretta e della convenienza elettorale, a discapito delle comunità.

Secondo il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, in Italia manca una politica di coesione ben strutturata mentre secondo Mauro Cappello, professore dell’Università della Tuscia e autore del libro Guida ai fondi strutturali europei 2014-2020, “la programmazione 2014-2020 è stata appesantita, rispetto ai precedenti periodi, rendendo più complicate le procedure di designazione delle autorità che gestiscono i fondi europei”, come spiegato a Pagella Politica. Tale appesantimento, comunque, secondo Cappello non è sufficiente a giustificare i ritardi italiani e la posizione in classifica del Belpaese, che ha concluso molto tardi sia l’accordo di partenariato con Bruxelles (nel 2014, perdendo tutto il primo anno di programmazione) che quello sulla gestione dei fondi (arrivato nel 2018), iniziando quindi molto tardi tra stanziamenti ed erogazione dei fondi.

Fondi che, in larga misura, vengono erogati anche direttamente alle Regioni; è qui, in effetti, che si vedono i più lampanti esempi di malagestione, con la Sicilia, ad esempio, che disponendo di 4,5 miliardi di euro sul Fondo europeo di sviluppo regionale nel 2017 aveva ancora un livello di spesa pari a zero. In generale, ha proseguito a sottolineare il professore, «i programmi delle Regioni meno sviluppate (Campania, Calabria e Sicilia) sono proprio quelli che hanno registrato i massimi ritardi in termini di attuazione e i principali problemi in termini di capacità». Si tratta di una spiegazione che integra e conferma uno dei punti del Position Paper della Commissione europea – il documento di analisi sulla gestione dei fondi strutturali – che connota la “capacità istituzionale-amministrativa” italiana come “caratterizzata da debolezze profondamente radicate” e che si lega alla mancanza di strutture adeguate e alla lentezza burocratica, con una gestione degli appalti pubblici che viene troppo spesso indicata come tra le più complesse d’Europa.

La domanda che ci si pone a questo punto è: l’Italia come impiegherà le risorse (circa 209 miliardi) a disposizione dei programmi Next Generation Eu e Recovery Plan? Intanto il ministro Provenzano, grazie alla flessibilità introdotta dalla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen con il pacchetto legislativo “Coronavirus response initiative investment”, ha fatto in modo di riprogrammare 10,4 miliardi di fondi strutturali europei al fine di utilizzarli per la gestione dell’emergenza sanitaria e a supporto della crisi economica post epidemia di Covid-19. Rimangono comunque fuori 42 miliardi di euro di fondi per la Coesione, che si aggiungono sia alla dotazione finanziaria del Recovery Plan che ai nuovi fondi che verranno stanziati nell’ambito del prossimo ciclo di bilancio 2021-2027 e che devono essere utilizzati entro e non oltre il 2023. Secondo le regole europee, infatti, se così non fosse queste risorse andrebbero perse.