La crisi e la ripartenza in Italia, divisa tra le varie Regioni

Il Governo e le Regioni. Un binomio talvolta infallibile, altre volte impossibile. Dalla fase 1 del lockdown alla graduale riapertura nella fase 2, le decisioni dell’esecutivo sono andate spesso in contrasto con quelle dei Presidenti di Regione. Qualcuno ha cercato di riaprire tutto il prima possibile, qualcun altro è stato più paziente. I dati raccolti dall’Istat sottolineano le differenze dal punto di vista economico, sociale e imprenditoriale in un’Italia durante e post chiusura.

Ripresa delle attività in Italia: il Nord raddoppia Mezzogiorno e Centro

Il Mezzogiorno e il Centro, con il 48,7% e il 47,8% di imprese chiuse durante il lockdown, presentano valori superiori rispetto al Nord-ovest (44,4%) e soprattutto al Nord-est (39,0%), evidenziando una maggiore “presa di coscienza” davanti all’epidemia. Il dato si conferma osservando l’incidenza di imprese che hanno ripreso le attività prima del 4 maggio (15,0% nel Mezzogiorno e 18,0% nel Centro). Sono cinque le regioni con un livello di apertura ampiamente superiore alla media nazionale, quasi tutte del Nord-est. Friuli-Venezia Giulia (63,9%), Emilia-Romagna (62,6%) e Veneto (61,1%), seguite da Liguria (58,9%) e Basilicata (58,6%) una eccezione rispetto al resto delle regioni meridionali, tutte molto al di sotto del dato nazionale. Nel Mezzogiorno il Molise (47,6%) registra il valore più basso di unità produttive aperte, seguono Sardegna (48,1%), Campania (48,9%), Abruzzo (50,1%), Puglia (51,4%) e Calabria (52,3%). A livello nazionale è invece la Valle d’Aosta (46,5%) a presentare la quota più ridotta di imprese sempre aperte o che hanno ripreso l’attività. Molto sotto la media nazionale si posizionano anche la provincia autonoma di Trento (48,3%), la Toscana (51,8%), il Lazio (51,8%) e le Marche (52,5%). Le restanti regioni, tra cui Lombardia (55,4%) e Piemonte (55,3%), non si distanziano di molto dai valori nazionali.

Forte perdita di fatturato per un’impresa su due

Oltre il 70% delle imprese dichiara una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50% e nel 3% dei casi meno del 10%; per l’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile. Valle d’Aosta (64,1%) e provincia autonoma di Trento (60,2%) sono i territori con una maggiore incidenza di imprese che non hanno fatturato o dichiarano una riduzione superiore al 50%. Significativo il dato anche per Marche (59,4%), Abruzzo (58,9) e Sardegna (58,8%), Toscana (58,5%) e Calabria (58,4%).

Alta l’attenzione delle imprese italiane per la precauzione sanitaria

Le imprese italiane dichiarano una forte attenzione alle misure di precauzione e contrasto all’epidemia di Covid-19 nel contesto delle proprie attività produttive. A livello territoriale, l’attenzione alle misure di precauzione è stata maggiore al Centro (50,7%) e nel Nord-ovest (51,7%). In tali ripartizioni si riscontrano quote più alte per tutte le tipologie di intervento, con l’Italia nord-orientale (48,3%) e, soprattutto, il Mezzogiorno (45,9%) in ritardo.

Difficoltà ad adeguare gli spazi lavorativi, soprattutto per le imprese più piccole

L’adeguamento degli spazi di lavoro si è reso necessario per assicurare il distanziamento fisico dei lavoratori e ridurre così le probabilità di un eventuale contagio. A livello territoriale non emergono differenze significative, nonostante il lieve ritardo dell’Italia centrale e del Mezzogiorno. All’adeguamento degli spazi di lavoro hanno provveduto infine il 57,4% delle imprese attive nelle zone ad alto rischio, il 55% di quelle che operano in zone in cui il rischio è definito medio e il 52,6% delle imprese localizzate in aree a rischio basso.

Gli effetti selettivi della pandemia: a rischio le piccole imprese delle Regioni

La crisi economica che ha colpito il sistema produttivo a seguito dell’emergenza sanitaria, produce effetti di medio periodo per quasi nove aziende su dieci. Oltre la metà delle imprese prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. Ciò si traduce in una spiccata mancanza di liquidità soprattutto nelle regioni del Centro Italia (il 55,5% delle imprese, +4 punti percentuali rispetto alla media nazionale), ma sono presenti situazioni di forte disagio in alcune regioni del Mezzogiorno, come la Calabria (57,4%) e la Sardegna (56,1%). Anche il rischio operativo e di sostenibilità dell’attività è più frequente nelle classi dimensionali più piccole.

Regioni alla ricerca di aiuti per mancanza di liquidità

Sono il 42,8% del totale le imprese che hanno fatto richiesta di accesso ad almeno una delle misure di sostegno della liquidità e del credito contenute nel DL 18/2020 e nel DL 23/2020. Più elevata la frequenza per le imprese di dimensione minore rispetto alle grandi, le quali hanno sofferto relativamente meno la mancanza di liquidità. Nel complesso, la percentuale di imprese che hanno inoltrato la domanda è maggiore al Centro e nel Mezzogiorno, regioni dove si è registrata più esposizione alla mancanza di liquidità; tuttavia spiccano alcune regioni dell’Italia settentrionale come la Liguria e la Provincia autonoma di Trento per una cospicua partecipazione delle micro e piccole imprese.