L’iniziativa economica in quanto tale non può essere svolta in contrasto con l’utilità sociale o in modo che arrechi danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana: sembra scontato, ma adesso è la stessa Commissione europea a richiedere espressamente alle imprese un maggiore impegno nella Corporate Sustainability

Il 24 aprile 2013 crollava in Bangladesh il Rana Plaza, edificio illegittimamente destinato allo svolgimento di attività produttive per grandi marchi di moda: con più di mille morti e oltre 5mila feriti è considerato uno dei più gravi incidenti industriali al mondo. Dopo la tragedia, i sindacati locali hanno negoziato un accordo per la sicurezza delle fabbriche e per il rispetto dei diritti dei lavoratori: a nove anni di distanza, il cosiddetto Bangladesh Accord è al terzo rinnovo e rappresenta un importante passo in avanti nel settore.

L’ultima versione dell’Accordo promette di estendere l’ambito di applicazione ai diritti umani in generale e di ampliare il numero dei paesi coinvolti. Nella stessa direzione si è mossa la Commissione europea, proponendo l’obbligo per le aziende di adottare sistemi di controllo per intervenire in caso di “impatti avversi”, non solo in termini di diritti umani ma anche di protezione dell’ambiente.

La proposta dell’Europa sulla Corporate Sustainability

Non è una sorpresa che la globalizzazione dell’economia, unita alla frammentazione giuridica – dovuta cioè alla presenza di sistemi giuridici nazionali e sovranazionali autonomi – abbia portato a una localizzazione dei processi produttivi laddove è più conveniente per i marchi, in termini di costo del lavoro ma anche di rispetto degli standard ambientali.

Per cercare di far fronte a questa evidenza, in cui il caso del Rana Plaza è semplicemente il più noto, la Commissione europea ha pubblicato la proposta di Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence, che cerca di rispondere all’esigenza di regolamentare le catene del valore a livello globale – con particolare riferimento ai loro impatti negativi sull’ambiente e sulle persone.

Arrivata il giorno precedente alla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, la proposta di direttiva intende stabilire un regime giuridico comune che responsabilizzi le imprese europee al rispetto dei diritti fondamentali, tanto delle persone quanto dell’ambiente, nello svolgimento delle attività non solo in proprio.

Le grandi imprese saranno quindi obbligate a effettuare una due diligence sui rischi di impatto sui diritti umani e sull’ambiente rispetto «alle proprie operazioni, le operazioni delle proprie controllate, e le operazioni all’interno della propria catena del valore, svolte da soggetti con cui l’azienda ha una relazione commerciale stabile».

Le aziende saranno anche chiamate a redigere un piano d’azione di prevenzione, nel quale dovranno chiarire le misure che intendono adottare per prevenire i rischi evidenziati, nonché gli indicatori per misurare l’impatto delle misure. La proposta di direttiva prevede poi un sistema di controlli interni da parte delle società, che dovranno introdurre procedure di reclamo e di monitoraggio esterno con poteri sanzionatori.

 

commissione europea due diligence Corporate Sustainability

 

La proposta di direttiva ricalca poi le nuove metriche d’investimento ESG: abitualmente si faceva riferimento esclusivamente al profitto economico, mentre oggi si tengono conto anche di criteri – per l’appunto gli ESG (Environmental, Social and Governance) – che cercano di valutare un’azienda in base alla sua sostenibilità ambientale, alle sue pratiche sociali e alla sua gestione interna. Tra le metriche ESG, quelle di sostenibilità sociale includono l’impatto dell’azienda sulla salute e la sicurezza delle persone, così come le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti. La popolarità dei fondi d’investimento che usano criteri ESG, detti anche “fondi ESG”, è cresciuta enormemente, e va di pari passo con un aumento della sensibilità ambientale e sociale che si sta verificando soprattutto in Occidente e in Europa – e la di proposta di Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence ne è la prova ultima.

 

Le critiche ricevute alla proposta

Le norme hanno però ricevuto diverse critiche: ad esempio, si accusa la proposta di eccessiva timidezza, in particolare rispetto al campo di applicazione – se venissero confermate le soglie attualmente individuate, i destinatari diretti della norma rappresenterebbero appena lo 0.2% delle imprese europee (anche se le piccole aziende verrebbero comunque coinvolte, in quanto presenti nella filiera). Inoltre, si teme un’eccessiva burocratizzazione dell’attività d’impresa, unita a una perdita di competitività a danno di tutta l’Unione.

Resta il fatto che la proposta di direttiva contiene un’esplicita esenzione dalla responsabilità per le imprese, qualora siano in grado di dimostrare di aver investito in modo adeguato nella due diligence per la sostenibilità. È comunque prevista la pubblicazione, da parte della Commissione europea, di linee guida settoriali per chiarire in quali termini questi requisiti potranno dirsi soddisfatti.

Corporate Sustainability: ecco perché, nonostante tutto, la proposta è importante

La direttiva proposta, sebbene non sia immune da critiche, è il frutto di decenni di difficili negoziati internazionali e rappresenta un importante punto di svolta per colmare il vuoto normativo post-globalizzazione, in cui l’evoluzione dei mercati e dei diritti dei lavoratori non sono andati di pari passo.

L’ultima grande novità in questo percorso era arrivata nel 2001, con i Principi guida delle Nazioni Unite per le imprese e i diritti umani, che per certi versi ricalcano quanto detto dall’ Ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, secondo cui se non si fa in modo che la globalizzazione funzioni per tutti gli individui, «alla fine non funzionerà per nessuno». Alla base di questa iniziativa c’è infatti la presa di coscienza che per superare le crisi globali non sono più sufficienti gli interventi pubblici degli Stati, ma occorre agire dal basso.

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